Ha un sapore amaro il risveglio dei fans di Macron che si accorgono di aver investito i loro entusiasmi su un leader ben lontano dal ritratto tutta Europa e altruismo con cui lo avevano dipinto. Sull'immigrazione ci sbatte contro i cancelli di Ventimiglia. Su Fincantieri è pronto a fare tabula rasa dei costosi accordi fin qui portati avanti. Sulla Libia decide da solo e amen se i primi a subire le conseguenze delle scelte su quella terra siamo noi Italiani.
Per farla breve gli europeisti nostrani si accorgono che in giro per l'Ue l'Europa è cosa buona e giusta solo fino a quando non intralcia gli interessi nazionali. Giusto o sbagliato non è oggetto di dibattito.
Ciò che dovrebbe essere chiaro è che è finita un'epoca. Che il manifesto di Ventotene è una bella pagina di storia che oggi merita di essere rivista alla luce dei cambiamenti epocali che stiamo affrontando. Che l'Italia deve utilizzare le armi negoziali in suo possesso - non tante a dire il vero ma sicuramente efficaci - ad iniziare dai finanziamenti all'Ue che non possono essere più un automatismo senza una previa revisione dei rapporti di reciproca solidarietà che dovrebbero regolare i rapporti fra partner.
Per farlo però occorre recuperare credibilità politica sul piano interno ed internazionale.
La sempre più maggioritaria voce antigovernativa che rumoreggia nel Paese dovrebbe acquisire la consapevolezza che non si può gioire a mettere in ridicolo il Governo per avere qualche decimale in più nei sondaggi. Che l'Italia non è un terreno di caccia per i propri voti o le proprie aspirazioni personali.
Macron insegna che l'interesse nazionale è l'unico motore che può muovere Paesi con una chiara prospettiva del loro futuro. Prima lo capiremo e prima riusciremo ad uscire dal pantano disfattista ed emergenziale in cui ci siamo infilati.
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